Filosofia di allenamento della forza finalizzata al combattimento
By Red & Bastard
Nel combattimento bisogna conoscere i propri limiti e i propri punti di forza: impostare gli allenamenti in base agli obiettivi e alle finalità da raggiungere è il primo importantissimo passo per conseguire i successi sperati.
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Tag: arti marziali, metodi e programmazione
Questo post è stato pubblicato il 1 Giugno 2009 alle 9:09 am ed è archiviato in Articoli. Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0.
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1 Giugno 2009 alle 3:07 pm |
Innanzitutto faccio i mie complimenti a Jacopo – Osservatoreneutrale – per aver deciso di condividere parte delle sue conoscenze sull’allenamento con tutti noi. Un plauso. Scrivere un articolo sembra un’operazione facile, ma richiede tempo e concentrazione. Inoltre ci vuole il coraggio per metterci la faccia. Bravo Osservatoreneutrale!
L’articolo è ben fatto, la parte introduttiva spiega con abile sintesi la differenza tra l’approccio agonistico e quello più pragmatico o tradizionale. Il punto focale, la velocità, è l’elemento dominante dell’intera programmazione ed è quello che mancava negli articoli per fighters da noi pubblicati fino ad ora. Gli esercizi e la loro distribuzione sono ottimi. Complimenti!!!
1 Giugno 2009 alle 6:21 pm |
Bravo Osservatore, bell’articolo, chiaro ed efficace…Hai centrato bene i punti da allenare. Purtroppo, negli sport da combattimento, ma in molte discipline sportive c’è confusione su cosa fare…e si finisce col fare un calderone che porta solo ad allenar la resistenza.
Complimenti ancora.
1 Giugno 2009 alle 8:49 pm |
Grazie Norik e Red, l’idea era proprio quella di creare una distinzione che potesse permettere una specializzazione e quindi risultati migliori. Beninteso questa sia una possibile visione (la scelta dei circuiti piuttosto che di singoli esercizi in modalità più tradizionali, sessioni full body, ecc..) e c’è sempre una apertura rispetto a critiche e osservazioni.
Ci terrei a sottolineare il sostegno direttamente avuto da Red (mail ad ogni ora..) e da Silent durante la stesura dell’articolo.
2 Giugno 2009 alle 9:00 am |
Non posso che approvare in pieno quanto scrive Red: complimenti ancora!
Con l’augurio che questo sia il primo articolo di una serie dedicata all’allenamento per le arti marziali e gli sport da combattimento.
2 Giugno 2009 alle 9:24 am |
Avevo letto la prima bozza di quest’articolo un mese fa e subito sono rimasto colpito dal concetto base che riguarda la specializzazione … davvero un gran bel lavoro … Complimenti Osservatore !
Sicuramente farai riflettere tutti quelli che praticano questo tipo di sport e che magari hanno sempre seguito profili di allenamento standard
2 Giugno 2009 alle 10:14 am |
Complimenti Osservatore!
2 Giugno 2009 alle 10:31 am |
Mi associo ai complimenti di tutti! Devo dire che non sono un amante degli allenamenti a circuito tuttavia mi toccherà farne per avere la miglioe codizione possibile!
Una sola domanda. Volevo sapere se hai mai avuto dolori particolari dovuti all’allenamento pliometrico, o se hai saputo di particolare traumaticità dell’allenamento pliometrico.
2 Giugno 2009 alle 11:49 am |
Per l’esperienza che ho riportato a riguardo posso affermare che l’allenamento pliometrico dà un guadagno nella prestazione, ma minimo in rapporto a danni che si possono creare a carico delle strutture discali.
E’ un allenamento che andrebbe inserito solo dopo aver raggiunto una buona capacità atletica e per un periodo limitato a qualche microciclo pre gara, o nel mesociclo prima della gara più importante.
Serve davvero molto tempo x dar tregua ai comparti articolari, i quali traggono giovamento da micro traumi, ma deterioramento da sovraccarichi senza adeguato periodo di recupero…
2 Giugno 2009 alle 1:24 pm |
Nell’articolo ho specificato la necessità di un riscaldamento preliminare accurato per quanto riguarda l’allenamento pliometrico proprio per evitare dolori e infurtuni particolari. Ha ragione Norik nel dire che sia necessario avere raggiunto una buona capacità atletica. Sulla possibilità di avere effettivi guadagni prestazionali dipende da quanto si protrae nel tempo questo tipo di allenamento, questo sia per via della dinamica complessa che dal fatto che ci sia una necessità di adattamento praticamente di tutte le parte soggette al movimento. Per sfruttare al meglio le possibilità del metodo pliometrico è indispensabile che tra la fase di lavoro negativa e quella positiva del movimento passi un tempo molto breve. In questo modo la forza elastica si somma a quella contrattile del muscolo. La possibilità proprio dell’insorgenza di dolori dipende proprio da questo, le parti corporee sono soggette ad uno sforzo evidente durante l’acquisizione di forza elastica. Eppure nei movimenti naturali e soprattutto in situazioni concitate questo tipo di prestazione deve essere presente e di buon livello in un atleta. Penso sia necessario come al solito lavorare con la testa e valutare con attenzione il proprio stato fisico. Personalmente non ho mai avuto problemi dovuti all’allenamento pliometrico mentre ho potuto sperimentare varie tipologie di dolori in periodi di affaticamento con esercizi a carico elevato.
3 Giugno 2009 alle 12:28 pm |
Il dato più avvilente delle varie esercitazioni pliometriche, sequenze di balzi in tutti le salse (stifness compreso) è che ne si perde la capacità guadagnata in poco tempo, dal momento che si cessano di allenarle.
Di contro, insistere per molte settimane producono effetti devastanti che i vari pallavolisti, saltatori di lungo e triplo conosco bene.
Il consiglio mio è di usar questa forma di allenamento “fine” solo per un periodo limitato e solo dopo aver raggiunto qualche annetto di preparazione. Inoltre, come dice il buon Osservatore, va curato il riscaldamento e relativo defaticamento, mediante anche esercizi stretching, decompressione discale…
5 Giugno 2009 alle 9:12 pm |
osservatoreneutrale, complimenti per qusto articolo, fa risaltare molto bene le differenze sostanziali tra gli sport da combattimento e l’autodifesa, dove nel primo male che vada perdi l’incontro, nel socondo puoi rischiare la pelle, perciò è molto + utile seguire un allenamento di forza come l’hai descritto te. Comunque vorrei chiederti una cosa: come mai per l’auto divesa non c’è almeno un esercizio al sacco?? capisco perfettamente che la “raffica di pugni al sacco pesante alla massima velocità e forza possibile con skip delle gambe per 30 secondi ” sia un esercizio di resistenza, xò secondo il mio modesto parere imparare a colpire forte è un requisito importante anche nell’autodifesa o no?
6 Giugno 2009 alle 6:29 pm |
Il sistema di allenamento proposto Alex5 è in qualche modo da affiancare all’allenamento tecnico relativo alla disciplina marziale praticata o dello sport da combattimento. Non è un caso che le sessioni settimanali siano 3, quindi ridotte nel numero rispetto ad una programmazione per strongman o per un allenamento generico per la forza, perchè bisognerebbe conteggiare nel numero di sessioni settimanali almeno altri due giorni (minimo) di sessioni dedicate alla pratica della disciplina marziale e della tecnica.
L’allenamento al sacco è importante ovviamente anche nella autodifesa e dovrebbe rientrare all’interno delle sessioni di allenamento tecnico. Anzi nel caso della autodifesa o delle arti marziali tradizionali spesso si utilizzano oltre al sacco anche altri strumenti come i makiwara (karate), ceppi di legno, uomo di legno (vedi winchun), come anche l’utilizzo di uno o più avversari umani.
Tutto questo rientra già nella pratica di un artista marziale come l’allenamento al sacco per gli sport da combattimento non sarebbe limitato a quel poco inserito nel circuito di resistenza ma sarebbe ovviamente ulteriormente sviluppato nelle sessioni di allenamento tecnico.
Imparare a colpire forte è un requisito fondamentale in un’ottica di autodifesa (come hai già sottolineato) ma richiede un allenamento che non sia unicamente di forza bruta e come tale rientra nelle abilità da sviluppare dal punto di vista tecnico. E’ radicalmente diverso tirare un pugno a mani nude e tirare un pugno con un guantone, già è possibile per una persona non allenata e senza conoscenze tecniche farsi del male semplicemente tirando al sacco. A mani nude oltre ad un adattamento delle strutture ossee c’è da imparare correttamente il modo con cui la forza viene scaricata sul bersaglio, esiste la possibilità con un colpo fortissimo che vi sia anche la rottura di qualche osso (per questo i praticanti di karate tradizionale enfatizzano molto l’allenamento per irrobustire le nocche ). Infatti spesso nei sistemi di autodifesa soprattutto destinati alle donne vengono insegnati molti più colpi di palmo se indirizzati al viso dell’avversario proprio per evitare che dopo il primo forte pugno vi sia la rottura delle ossa della mano. Tutto questo è per chiarire che il saper tirare un pugno forte rientra a mio parere nello studio tecnico specifico della disciplina praticata.
Gli allenamenti di forza proposti danno la possibilità di sviluppare qualità utili, c’è la costruzione di una base forte.
10 Giugno 2009 alle 2:37 pm
Ok, grazie per aver risposto a questa mia curiosità